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Si premette che i seguenti rimedi terapeutici sono qui raccontati e non raccomandati, appartenendo
gli stessi alla tradizione popolare tramandata oralmente.
Per il
mal di stomaco o i dolori intercostali si facevano bere un infuso di camomilla o di foglie d’alloro (di lauru pi’figghi piccioli) e si
massaggiava il petto(l’addome)con olio caldo.
Nella
“diarrea” si consigliava di mangiare sorbe.
Oggi, “pi ‘nu corpu d’aria” si
possono avere delle infiammazioni alle tonsille,
alla gola e si va dal medico…Una volta come rimedio si usava avvolgere
il collo con un sacchetto pieno di cenere calda, gargarismi d’acqua e
limone e si beveva a cucchiai decotti d’orzo addolcito col miele.
Nella
bronchite si applicavano al petto e alle spalle “straci”pezzi di
tegole d’argilla, riscaldati nel fuoco, si facevano strofinazioni di
spirito canforato e si dava da bere decotto di fichi secchi.
Contro il
mal di testa, le famose patate a fette, bagnate in acqua e aceto e tenute strette alla fronte con un fazzoletto
annodato dietro la nuca.
Mal di
denti. Lattuga bollita sul dente che duole o erba grassa
arrotolata in carta fine e fumata senza inghiottire il fumo, ma
tenendolo, finché si resiste, in bocca, poi sciacquare la bocca con
acqua fresca, o sciacqui di sale e alcool forte…se con questi rimedi non
passa, allora ci vuole un dentista.
Per la
stanchezza “mattuni caddu”, mattone riscaldato nel fuoco, quando
si va a letto.
Le
punture d’insetti erano curate strofinandole con aglio.
Le
morsicature dei cani (non rabbiosi) erano curate con
l’applicazione sulle ferite dei peli della stessa bestia.
Le
escoriazioni e le piccole ferite erano lavate con le urine
appena emesse e come emostatico si batteva sulla ferita con una
bacchetta e si adoperava la raschiatura dell’interno della cinghia di
cuoio o delle ragnatele.
In caso di
contusioni o storte si facevano “i
‘mprasti” impacchi di crusca imbevuta d’acqua e aceto, oppure con farina
di “iurmanu”segala al chiaro di luna. Tale prestazione doveva essere
fatta da chi era pratico per “stricare”massaggiare la parte contusa.
Nelle
suppurazioni “o quandu cugghiva a pungitura”per favorire la
maturazione si applicavano pezzi di pala (pittara)di fico d’india cotti
nella cenere calda, si usavano anche nei “Carbunchi”
foruncoli.
Per fare cessare
il singhiozzo si cercava di spaventare chi n’errava affetto, gridando “sette” Un altro rimedio era quello di
bere acqua turandosi le narici con una mano e guardando il cielo.
Erano considerati
ricostituenti per i bambini, i bagni
f atti fare nell’ acqua entro cui i fabbri (furgiari) raffreddavano il
ferro rovente.
Il tifo
era combattuto con il latte di (scecca) asina.
Per lenire il bruciore del
morso dell’ape, si applicava la cera
estratta dall’orecchio.
Se s’incappava nella
tonosovite (a calata du purcidduzzu) si
avvolgeva la parte con fili di lana.

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