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Il tamburello, membranofono, è fatto da uno
scheletro di legno di faggio circolare, spesso pochi millimetri, la
cassa di legno alta più o meno otto centimetri, e sopra vi è tesa con
l’aiuto ci colla, chiodi “zippi” e un sopracerchio,
una pelle di capra non molto vecchia o pelle di
capretto o agnello. Molti suonatori vantano le
superiori virtù della pelle di gatto
di almeno tre anni, “consata” adeguatamente con
sale e ripulita del pelo, dopo essere stata
messa a dimora, con cenere di legno di focolare per almeno quattro
giorni.
I piattini metallici
“ciancianeddi, landi,” sono sistemati a
due a due in ciascuno degli
alloggiamenti ricavati nella cornice e gli stessi
sono variabili, essi possono essere cinque, sei, sette
o più. Su richiesta degli appassionati, il tamburello può essere
costruito in varie dimensioni, fino a 50 cm. di diametro. Il tamburello
viene tenuto con una mano e con l’altra viene percosso, anticamente
veniva associato al parto e alla maternità, come augurio, ed
era prevalentemente affidato alle donne.
Questo strumento lo troviamo in tutte le regioni meridionali, in
Calabria, in Sicilia e in Sardegna e verso il Nord fino alle Marche.
Il tamburello è di
primaria importanza nell’accompagnare il suono
dell’organetto nel ballo della tarantella, nel
suono della zampogna può accompagnare da
solo canti o canzoni di veglia
intonate, modi di dire, detti, proverbi e
filastrocche. Il tamburello ha funzione preminente nella
terapia musicale del tarantismo, là dove questa manifestazione
ancora sopravvive.
Al mio paese, i
suonatori bravi di tamburello erano,
nella tradizione orale, il “mancinu” Nino
Salvatore dettu Cucchia, Domenico Nicolo’ dettu
“u buffuni” , Nino Billari dettu “ziriddu”,
Giuseppe Elisone dettu “Peppi Achilli”. Ricordo che nella
mia fanciullezza, durante le feste natalizie vi era un uomo
di mezza età, il cognome non mi è noto, ma lo
chiamavano “mastru duminicu”, il quale girava insieme
ad un giovanottino, credo suo figlio, per tutto il paese, con un
tamburello composto solo con “ciancianeddi” e annastrato con
colori variopinti, percuotendolo col palmo della mano per
farlo suonare.
Arrivato sull’uscio delle case intonava
una cantilena press’a poco cosi :- E’
rrivatu lu Santu Natali, boni festi vi faci fari, cu Giuseppi e cu Maria,
e l’aiutu du Missìa…... A questo punto la padrona di casa ,
essendoci pochi soldi, salvo qualche benestante, offriva fichi secchi,
pane cotto o altro frutto della terra che
il ragazzino introduceva nella bisaccia
“bertula” che portava appesa in spalla. Per Capodanno e
fino All’Epifania scendevano dai campi da
Malacrina due pastori, attrezzati di un
tamburello sopra descritto e con un
triangolo d’acciaio, (Azzarino) strumento
musicale indispensabile nel periodo natalizio
per suonale la “Santa alligrizza”, percosso da
un batacchio di ferro che urtando contro gli opposti bordi lo faceva
vibrare e quindi suonare.
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