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“U carbunaru “ o come
lo chiamavamo noi ragazzini “l’omu du focu”
mi riecheggia dal passato tra nostalgie e
ricordi. L’energia ha sicuramente ridimensionato il
lavoro del carbonaio, mestiere e figura avviate verso
l’estinzione, anche se in alcune zone
montuose della Calabria, come l’Aspromonte e i
territori silani, vi sono ancora delle piccole tracce. A Fossato, nei
primi anni del Novecento, il lavoro del carbonaro aveva
toccato il punto più alto per l’utilizzo di
carbone di quercia e di castagno, le case venivano
riscaldate col carbone, ed era usato anche per cucinare, ma soprattutto
per la caldaia delle frittole.
A quei tempi un sacco
di carbone messo nell’angolo della cucina rappresentava per la famiglia
povera e numerosa fonte di sostentamento morale ed economico; quel sacco
pesante e macchiato di polvere nera, da dove usciva un odore acre, era
il frutto del duro lavoro del carbonaro. Prima della
costruzione della carbonaia, ricordo, che l’uomo del fuoco sceglieva un
posto più adatto, gli alberi destinati a legna per il
carbone, erano secolari, l’unico mezzo di trasporto erano l’asino,
il mulo o i buoi col carro.

Il periodo ideale
per incominciare il lavoro era tra settembre e ottobre
perché il sopraggiungere delle nevicate (un antico
detto recitava: pi morti a nivi è a li porti, il
due di novembre incominciava a nevicare,) e
quindi diveniva assai difficile il lavoro
regolare. Maglie, calzettoni, berretto di lana, un manico di
legno per sostenere l’accetta, la ronca e la lima era la roba
necessaria per rendere il lavoro produttivo e
confortevole.
Il cibo era composto da
lardo, patate bollite, salame con peperoncino, dicevano
che “u pipi brucenti duna cchiù forza”, pane e “nu’ jiaschettu
i vinu russu” un fiaschetto di vino rosso e una
bottiglia di acqua fresca di sorgente. L’utensile principale del
carbonaio era l’ascia, forgiata d’acciaio temprato
e veniva costruita a regola d’arte nelle forge alimentate a carbone di
legna di castagno dai “furgiari” maestri fabbri ferrai. L’accetta era
per il carbonaio una cosa preziosa e come tale veniva trattata. Per
mantenerla efficace, nel periodo invernale, il carbonaio l’avvolgeva in
una grossa pezza di lana, perché se all’inizio
del taglio risultava troppo fredda, si poteva spezzare procurando anche
delle ferite.
Il carbonaio, spesso
lavorava in condizioni molto disagiate, esposto alla pioggia e al
freddo. Passava le notti “ndo pagghiaru” una capanna costruita con
larghe frasche e terra al riparo e per
compagnia gli ululati di cani randagi o lupi. La costruzione di
una carbonaia richiedeva uno spiazzo pulito e reso libero, prossimo alla
zona del taglio dell’albero. Si depositava uno strato di fogliame secco
e di rami sottili dove, lentamente, venivano accumulati piccoli pezzi di
tronchi e ciocchi spaccati, in modo che si formasse
un cono, che successivamente era ricoperto di terra battuta.

Alla base della
carbonaia si lasciava un’apertura ampia, attraverso la quale
si dava fuoco alla grande catasta di legna
coperta. Quando la combustione era bene avviata, il
carbonaio riduceva l’apertura di base e apriva alcuni
piccoli sfiatatoi nella cima del cono, per assicurare un
soddisfacente tiraggio. Sopra il mucchio si levava, un denso fumo
azzurrino che svelava da lontano, la presenza della carbonaia.
Dopo cominciava
il processo di cottura del carbone,
poiché prima che la legna verde
bruciasse completamente, potevano passare anche
diedi-dodici giorni. Esaurito il
processo di cottura, si procedeva alla
chiusura della carbonaia attraverso lo
spegnimento degli sfiatatoi superiori, che
così raffreddavano il cono, con l’impiego
di molti barili di acqua. Si procedeva, infine,
al disfacimento della carbonaia e si recuperava il carbone
vegetale, nero e lucente.
Il carbone veniva
sistemato nei sacchi, caricati sugli asini o muli e
trasportati nei centri abitati. Con gli alberi, i carbonai non avevano un atteggiamento di rapina,
utilizzavano solamente le risorse ambientali necessarie, lasciando alla natura il tempo utile della rigenerazione.
Ora l’uomo del fuoco ha riposto la sua ascia, travolto dallo sviluppo energetico, economico e tecnologico, un lavoro duro,
sacrificato, che gli anziani carbonai non sono riusciti a
tramandare ai propri figli. Gli antichi mestieri sono
giunti ormai alla fine. Oggi è raro, direi impossibile,
trovare a Fossato testimonianze del lavoro del carbonaio; i resti delle vecchie carbonaie si sono dissolti nel nulla.
Ricordo
vagamente Giovanni Pizzichemi “chiamato u
Stefanito perché originario di S.Stefano e
u carbunaru per il mestiere praticato”
insieme a Carmelo Scaramuzzino detto
“u Candanu. Molti carbonai venivano, quando erano necessari da
Embrisi e Trunca, Frazioni di Montebello e da Cardeto. L’arte di
carbonaio non è più proponibile ma
sarebbe buono rinverdire e tramandare alla
nuova generazione usanze e abitudini che hanno segnato un pezzo di
storia sconosciuta ed umile del
nostro paese e della Calabria, fatta da gente che lavorava tra lo
sferzare del vento e il profumo di una
natura ammaliante e silenziosa. Sarebbe bene coinvolgere le scuole alla
scoperta del lavoro del carbonaio.

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