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Il Mio Paese Nella Tradizione: Fossato di Calabria

In origine il nostro paese si chiamava  Fossato  di  Calabria  ( possesso  documento  in  fotocopia rilasciato dall’Archivio Storico - Napoli) da qui il nome del Gruppo ”Calabriselli”.  Le  altre  due parole sono: il nome del rione (Urgheri) che era in pratica la parte  superiore  del  centro abitato, da qui la matrice Jper (sopra) Choros (rione). I  costumi,  indossati  dagli  uomini  e  dalle  donne, sono copie degli originali ormai non più in uso nel paese. Nella  trentennale  ricerca, ha  acquisito conoscenze  su   usi,  costumi,   danze,  suoni  e  canti,   motti,   proverbi,  modi  di   dire,  pratiche divinatorie, scongiuri, cure medicamentose primitive, come curarsi con le erbe, giochi  popolari e tanto materiale  storico  che  certamente  sarebbe  andato  perduto. Per favorire  la  cultura delle tradizioni popolari di Montebello J., Motta S.G., Melito P.S., Bagaladi, S. Lorenzo, Condofuri, RC e zone limitrofe il gruppo promuove incontri e spettacoli  di  suoni e  canti,  balli  e  danze,  giochi popolari, indovinelli e motti.

Fondazione del gruppo nel 2004 In altri siti è descritta la geografia di Fossato, quindi,  in  questa pagina vi descrivo i suoi aspetti caratteristici. Al  mio  paese le vie  strette (vicoli) erano chiamate “vinedhi” o “vineduzze a secondo la loro lunghezza o larghezza. Le case erano a due piani, per la maggior  parte,  il  superiore  serviva  come  abitazione,  quello a  livello  di  strada  per  ricovero dell’asino, della capra, delle galline, del maiale, per ripostiglio di legna o “ramagghi” per il  pane da cuocere. Moltissime abitazioni di poveri erano chiamate “catoi” e consisteva in un unico vano a piano terra, diviso in due da qualche graticcio con una porta divisa  in  due  orizzontalmente  di cui quella superiora aperta per dare luce al vano, spesso in terra battuta.  Da  una  parte  c’erano “i pagghiuni” (letti), sacconi con paglia e “scarfogghi”(brattee di granoturco) stesi  sulla  lettera di tavole sollevate da terra da “trispiti” di legno o di ferro (cavalletti). Nell’altra  stanza  c’era  il focolare, formato da terra contenuta da lastre di pietra e coperto da  piastrelle  d’argilla  intorno al quale si sedevano tutta la famiglia  per  mangiare  in  unico  piatto ”limba”  o  per  asciugarsi  se bagnati dalla pioggia, o  durante  la  stagione  fredda  riscaldarsi,  seduti  in  panche  di  legno, tronchi  d’alberi.  Poca  luce  entrava  e  il  fumo  usciva  dal  “cernaru”  praticato  spostando  di traverso due o tre tegole “ceramiti”.

Tenevano   compagnia   agli   abitatori   “ndo  catoiu”   le   galline,   che   durante   la   notte   sì “mbatoiavono” appollaiavano su una scaletta appoggiata al muro  e  spesso  faceva  compagnia anche  la  capra.  La  maggior  parte  della  gente  del  mio  paese  era  composta  di  “iurnatari” braccianti per  la  coltivazione  degli  orti,  le  vigne,  i  pascoli  alborati  e  gli  oliveti  (pochi)  dei proprietari. Le donne raccoglievano le olive o le castagne man mano che cadevano. Una  piccola percentuale  d’artigiani  lavorava   da   “custureri”   (sarto),   “scarparu”   (calzolaio),   “mastru d’ascia”  (falegname),  “furgiaru”  (fabbro),  ”Muraturi”   (muratore),  Trappitaru  ( addetto  al trasporto delle ulive al frantoio per la molitura). Si viaggiava  sempre  a  piedi  anche  per  lunghi spostamenti, servendosi degli asini “sceccaredhi) o dei muli per il trasporto  di  merci  o  da  carri tirati da buoi (traini)che erano carri a due grandi ruote e con stanghe lunghe a cui si attaccavano muli  o  buoi. Il  servizio  postale,   collegato  con  la   ferrovia  di  Saline  era   svolto  da  singole  persone, avvalendosi sempre da asini o da muli. L’illuminazione notturna era quella  della luna  e delle stelle, quando il cielo era sereno. Quando occorreva farsi  luce durante  la notte, si  usavano le lanterne ad olio o “le stele di deda” assi di pino o “u tizzoni” Pezzo di  legno messo  ad  ardere nel fuoco.

Verso il 1912, qualcuno mi diceva, furono collocati nei crocicchi delle strade, dei lumi a  petrolio, posti dentro lampioni con vetri. Le  “lumere” (lucerne)  di  lamiera  di  metallo  o  d’argilla  per  i poveracci, con lucignolo che pescava nell’olio, in seguito sostituito dal lume a petrolio, e soltanto verso il 1950 dalla luce elettrica illuminavano l’interno delle case durante la notte.  Le  condizioni economiche dei “iurnatari” erano veramente misere rispetto alle dieci o dodici ore di duro lavoro giornaliero. La giornata iniziava al sorgere del sole e finiva al tramonto, ma per gli artigiani  non erano rose e fiori. Pochi e semplici erano gli svaghi nelle ore di riposo: consistevano nelle  partite a carte a “patruni e sutta”(passatella), consumando del vino nelle partite  della  “morra”, (gioco per lo più eseguito dai pastori il sabato sera o nei giorni di festa), nel gioco di”brigghia” (birilli di legno costruiti artigianalmente). Dei giochi  tradizionali,  sia  dei  piccoli  che  dei  grandi,  per  la descrizione si rimanda il visitatore alla prevista pagina del sito. Nel periodo  delle feste  patronali ci si recava anche nei paesi vicini  per  prendere  parte  ai  giochi,  ascoltare  la  banda  “pilusa”-Ciarameddha, pipita, tamburu, rancascia e piatti-(zampogna, piffero, tamburo, grancassa e piatti di bronzo) suonati, questa la gran curiosità di tutti e la loro maestria, da due sole persone.

Spesse volte la banda accompagnava i “giganti”, due pupazzi di cartapesta rappresentante un Re e una Regina d’origine Araba o Turca, che venivano fatti  girare  da  due persone  nascoste  sotto le lunghe vesti, danzando, per le vie del paese. Nelle feste  patronali  non  mancava  mai  dietro  il Santo la banda musicale e alla fine i “giochi i focu” giochi pirotecnici. L’attrazione maggiore era “u ballu du sceccaredhu” e i “roteddhi”.Non mancava mai nella  piazza  il  suono  d’organetto  e tamburello con la tarantella di “fora u primu”. Durante la festa si avvicendavano  i “cantastori” che accompagnandosi  al  suono  di  chitarra  e  mandolino  narravano  “storie  d’amore,  fatti  e misfatti” o di  miracolosi  avvenimenti  accaduti  in  altri  parti  del  mondo  e  vendendo  il  testo stampato per pochi spiccioli. C’era l’usanza dei canti in chiesa, in vernacolo locale. Si cantavano i vari “rosari”, le “Sarve o Regina”,  i  “litanii”  e   “u ‘lirogiu”,  e  “u verbu”  e  le  canzoncine, specie nelle festività e nelle novene, davanti  agli  “altarini”  che  si  facevano  nei  vari  rioni  del paese durante il”Corpus Domini”.

Cantavano i manovali, gli artigiani, le raccoglitrici d’ulive, i braccianti  agricoli,  i ”rimazzaturi” abbacchiatori d’ulivi  e  di  castagne  per  alleviare  la  fatica  e  il  malumore.  Durante  le  serate invernali o durante i  giorni  piovigginosi,  vicino  al  focolare  o  a  luce  di  “lumera”,  mentre  si lavorava all’uncinetto o altri  lavori  domestici,  sia  le  anziane  che  gli  anziani  insegnavano  ai piccoli nipotini i “devozioni”, le storie dei Santi, e le leggende che a  sua  volta  avevano  appreso essendo ragazzini. Con gli spostamenti di mano d’opera per la raccolta delle ulive  (a Chiana) per la Piana di Gioia Tauro, si scambiavano a vicenda usi,  costumi  e  tradizioni,  canti e  storie  con grandi trasformazioni per  le  differenze  nei  dialetti  e  perché  “cu’ cunta, giunta”.  Oggi c’è  un livellamento d’usi e l’estinzione quasi totale del dialetto. Per sopperire alla scomparsa quasi certa di questi canti, che sono espressione non solo del linguaggio, ma  anche  un modo  di  vivere  e  di intendere, ho creduto di fare opera utile cercando di  raccogliere  insieme  “canzuneddhi  d’amuri e i  sdegnu,  “cunti,  fatti,  divuzioni”  e  tutto   quello  che   appartiene  alla  tradizione  popolare tramandata oralmente, anche per non far morire il dialetto.

 

Il Paese
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www.icalabrisellichorosjper.it   20/04/2006

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