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La tradizione e il culto del maiale si rinnova in migliaia di famiglie calabresi e anche in quelle
che vivono nei paesi più sperduti del mondo. Questo animale è incompreso e
calunniato da vivo, ma apprezzato tanto da morto.
L’omaggio all’amato porco non
sono solo gli storici, gli studiosi del folklore e della gastronomia, ma da tutti: dal povero al benestante, dal contadino allo industriale. I più significativi proverbi,
espressi nelle diverse varianti dei dialetti, propongono al centro il porco che, di volta in volta, diventa sinonimo di opulenza, di gioia, di sicurezza, di piacere, ma anche simbolo degli aspetti più carnali,
grotteschi, viscerali e drammatici della quotidianità.
Il sacrificio del porco
simboleggia per un verso la morte, violenza e sofferenza. Il suo sangue
che sgorga a fiotti dalla gola squarciata è l’emblema della tragicità dell’esistenza. D’incanto, nei tre giorni di abbondanza che seguono
l’uccisione del maiale, la vita si rinnova: Carni, salcicce, frattaglie,
dolci, conserve, salumi d’ogni tipo, danno conforto e speranza per il
futuro.
“Cu si marita esti cuntentu
‘nghiornu, cu mmazza u porcu esti contentu n’annu “
( Chi si sposa è contento un solo giorno, chi ammazza il maiale, invece, per un anno intero). Il suino, sono
convinto, è consapevole del proprio destino, della tragica sorte che lo
attende .
La tradizione e il culto del maiale si rinnova in migliaia di famiglie
calabresi e anche in quelle che vivono
nei paesi più sperduti del
mondo. Questo animale è incompreso e
calunniato da vivo, ma apprezzato tanto da morto. L’omaggio all’amato porco non sono solo gli storici, gli studiosi del
folclore e della gastronomia, ma da tutti: dal povero al
benestante, dal contadino allo industriale.
I più significativi proverbi,
espressi nelle diverse varianti dei dialetti, propongono al
centro il porco che, di volta in volta, diventa
sinonimo di opulenza, di gioia, di sicurezza, di piacere,
ma anche simbolo degli
aspetti più carnali,
grotteschi, viscerali e
drammatici della quotidianità. Il
sacrificio del porco simboleggia
per un verso la morte, violenza
e sofferenza. Il suo sangue che sgorga a fiotti dalla gola squarciata è
l’emblema della tragicità dell’esistenza.
D’incanto,nei tre giorni di
abbondanza che seguono l’uccisione del maiale, la vita si rinnova:
Carni, salcicce, frattaglie, dolci, conserve, salumi d’ogni tipo, danno conforto e speranza per il futuro.“Cu si marita esti cuntentu ‘nghiornu,
cu mmazza u porcu esti contentu n’annu ( Chi si sposa è contento
un solo giorno, chi ammazza il
maiale, invece, per un anno intero. Il
suino, sono convinto, è consapevole del proprio destino, della tragica
sorte che lo attende.
Le credenze e i riti su vita e morte su sua maestà “Il porco” variano da
paese a paese. Io qui vi racconto l’intero rito della vita e dell’ uccisione, macellazione e lavorazione delle
carni del maiale che tramandata dai nostri nonni dura tuttora tre
giorni al mio paese. La crescita e
l’uccisione del porco era ed è avvolta da
un’atmosfera di sacralità. Al mio paese
questi animali non si macellano per uso commerciale, ma per uso
familiare e ogni famiglia ne ha il suo.
Per l’acquisto del porcellino, vuole l’uso e il
buon augurio che a quest’ atto prenda parte personalmente o vi assista almeno il
genitore. La scelta del porcellino,
avveniva secondo criteri empirici, affidandosi più alla ì buona sorte, scaramanticamente invocata: ” Sant’Antoni mi vu binidici “ (
Sant’Antonio, ( protettore degli animali domestici) che
ve lo faccia bello grasso. Il che di
rimando “S’è bbonu, i sordi chi
vi dessi mi bbundisciunu, si no’ mi sparisciunu” (s’è di buona qualità il denaro che vi ho dato che vi raddoppiano altrimenti che spariscano).
Come dote, deve avere: Un bel culo,
spalle larghe, testa grossa e muso corto, chiamato volgarmente “tuscanu”. Il porcellino acquistato
aveva circa due mesi e non era castrato. Se il porcellino doveva
essere allevato per più di un anno e
non vi erano le forze economiche
sufficienti, si aspettava per la “Fera i Santa Filumena (27 Agosto).
La“zimba”(porcile) che nel linguaggio fossatese significa locale
sporco e puzzolente, doveva essere arieggiata, esposta
al sole e riparata dal freddo per consentire una
crescita di maiali grassi e sani. Infine bisognava
fare un esorcismo, dovuto al fatto
che il maialino veniva condotto a destinazione a
piedi, trascinato “amorevolmente” lungo le
strade polverose del paese. Si facevano tre
segni di croce, si accendeva un fuoco con delle foglie secche che
facessero fumo e si spargeva olio e sale e si appendeva un ferro d’asino
consumato.
All’interno del porcile vi era “u scivu”
il trugolo e la cenere di piccoli arbusti di ulivo bruciato, come “ssùmucu”prevenzione contro
la iettatura, veniva sparsa all’ interno di
esso. Tutto ciò per prevenire eventuale malocchio o ciangimento. Durante
la crescita del maiale, i proprietari
dialogavano con loro come
se comprendessero il linguaggio
umano. Cosi sussurravano alle orecchie del suino “Ricchia e Ricchiella,
ti pasciu e ti ngrassu, quandu mori
chi mi dassi?” A loro dire i maialetti mangiavano con più appetito
e quindi favorivano la loro crescita.
“La lastratura del maialino maschio” veniva praticata dai contadini del luogo, mentre quella delle femmine, più complicata, richiedeva
l’intervento di un esperto “castraturi” che in tempi remoti a Fossato
passava nei primi tre mesi dell’anno e richiamava l’attenzione dei
possessori di suini, suonando con una trombetta a forma
di mezzo corno, con un suono
particolare; negli ultimi cinquantanni tali operazioni venivano eseguite
gratuitamente dal signor Carmelo Abate dettu u “Bucceri” che per tale
opera meritoria, quando
fu candido nelle Amministrazioni Comunali, fu eletto Assessore, nonostante fosse poco “allittiratu”,
( sapeva appena leggere e scrivere), altrimenti il popolo l’avrebbe
eletto alla carica di Sindaco.


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