89064 Montebello Jonico (RC) Italy  Sede Via Tegani

 
 

Il Culto del “Porco”

La tradizione e  il  culto del  maiale  si   rinnova  in   migliaia   di   famiglie  calabresi  e  anche  in quelle che vivono nei paesi più sperduti del mondo. Questo  animale è incompreso e calunniato da vivo, ma apprezzato tanto da morto.

L’omaggio   all’amato   porco   non   sono  solo   gli   storici,   gli  studiosi   del   folklore  e   della gastronomia,  ma  da   tutti:   dal  povero   al  benestante,  dal   contadino allo   industriale. I  più significativi proverbi, espressi nelle diverse varianti dei dialetti,  propongono  al   centro  il  porco che, di volta in volta, diventa sinonimo di opulenza, di gioia, di  sicurezza,  di  piacere,  ma  anche simbolo degli aspetti più carnali, grotteschi, viscerali e drammatici della quotidianità.

Il sacrificio del porco simboleggia per un verso  la  morte,  violenza  e  sofferenza.  Il  suo  sangue che sgorga a fiotti dalla gola squarciata  è  l’emblema  della  tragicità   dell’esistenza.  D’incanto, nei tre giorni di  abbondanza  che   seguono  l’uccisione  del  maiale,  la  vita  si  rinnova:   Carni, salcicce, frattaglie, dolci, conserve, salumi d’ogni tipo, danno conforto e speranza per il futuro.

“Cu si marita esti cuntentu ‘nghiornu, cu mmazza u porcu esti contentu  n’annu “   ( Chi si sposa è contento un solo giorno, chi  ammazza  il  maiale,  invece,  per  un  anno  intero). Il  suino,  sono convinto, è consapevole del proprio destino, della tragica sorte che lo attende .

La tradizione e il  culto  del  maiale  si  rinnova   in   migliaia   di   famiglie   calabresi   e   anche   in  quelle  che  vivono  nei  paesi   più  sperduti   del   mondo.  Questo   animale   è   incompreso  e calunniato da vivo, ma apprezzato tanto da morto. L’omaggio all’amato  porco  non   sono   solo gli storici, gli studiosi del folclore e della gastronomia, ma da   tutti:  dal   povero  al   benestante, dal contadino allo   industriale.

I più significativi proverbi, espressi nelle  diverse varianti   dei  dialetti,  propongono  al  centro  il porco che, di volta in  volta,  diventa  sinonimo  di  opulenza,  di gioia,  di  sicurezza,  di  piacere,  ma     anche    simbolo    degli     aspetti    più    carnali,    grotteschi,    viscerali   e    drammatici   della   quotidianità.  Il   sacrificio  del    porco   simboleggia   per  un  verso  la   morte,  violenza   e sofferenza. Il suo sangue che sgorga a fiotti dalla gola squarciata è  l’emblema  della   tragicità dell’esistenza.

D’incanto,nei tre giorni di abbondanza che seguono  l’uccisione  del  maiale,  la  vita  si  rinnova: Carni, salcicce, frattaglie, dolci, conserve, salumi d’ogni tipo, danno  conforto  e  speranza  per  il futuro.“Cu si marita esti cuntentu ‘nghiornu, cu mmazza u  porcu  esti  contentu  n’annu  ( Chi  si sposa è contento un  solo  giorno,   chi   ammazza   il   maiale,   invece,   per  un   anno   intero.  Il suino, sono convinto, è consapevole del proprio destino, della tragica sorte che lo attende.  

Le credenze e i riti su vita e morte su sua maestà “Il porco” variano da paese a  paese.  Io  qui  vi racconto l’intero rito della vita e  dell’ uccisione,  macellazione   e   lavorazione   delle  carni   del maiale che tramandata dai nostri nonni dura tuttora tre   giorni   al   mio   paese.   La   crescita  e l’uccisione del porco  era  ed   è   avvolta   da   un’atmosfera  di   sacralità.  Al  mio  paese  questi animali non si macellano per uso commerciale, ma per uso familiare e ogni  famiglia ne ha  il suo.

Per l’acquisto del porcellino, vuole  l’uso  e  il  buon  augurio   che  a   quest’ atto   prenda   parte personalmente o vi  assista  almeno  il  genitore.  La  scelta   del   porcellino,   avveniva   secondo criteri empirici, affidandosi più alla ì  buona  sorte,  scaramanticamente  invocata: ” Sant’Antoni mi vu binidici “ ( Sant’Antonio,  (  protettore  degli animali domestici)   che   ve  lo   faccia   bello grasso.  Il  che  di  rimando  “S’è bbonu,  i   sordi    chi   vi   dessi   mi   bbundisciunu,  si   no’   mi sparisciunu” (s’è di buona qualità il denaro che  vi  ho  dato  che  vi  raddoppiano  altrimenti  che spariscano).

Come  dote,  deve  avere:  Un  bel  culo,  spalle  larghe,  testa  grossa  e  muso   corto,   chiamato volgarmente “tuscanu”. Il porcellino acquistato aveva circa due mesi e non  era  castrato.  Se   il porcellino doveva essere allevato  per  più  di  un  anno  e  non  vi   erano   le   forze   economiche sufficienti, si aspettava per la “Fera i Santa Filumena (27 Agosto).

La“zimba”(porcile) che nel linguaggio fossatese  significa   locale  sporco  e  puzzolente,   doveva essere arieggiata, esposta al sole e riparata  dal  freddo  per  consentire  una  crescita   di   maiali grassi  e  sani.  Infine   bisognava  fare  un  esorcismo,  dovuto  al  fatto  che  il  maialino   veniva condotto a destinazione a   piedi,   trascinato  “amorevolmente”  lungo  le   strade  polverose  del paese. Si  facevano   tre  segni   di  croce,  si   accendeva  un   fuoco con  delle  foglie  secche  che facessero fumo e si spargeva olio e sale e si appendeva un ferro d’asino consumato.

All’interno  del   porcile  vi   era   “u scivu”  il trugolo  e  la  cenere  di  piccoli   arbusti   di   ulivo bruciato, come “ssùmucu”prevenzione contro la  iettatura,  veniva   sparsa   all’ interno  di  esso. Tutto ciò per prevenire eventuale malocchio o  ciangimento.  Durante  la   crescita  del  maiale,  i proprietari    dialogavano   con   loro   come   se    comprendessero   il   linguaggio   umano.  Cosi sussurravano alle  orecchie del suino  “Ricchia  e  Ricchiella,  ti   pasciu  e   ti   ngrassu,    quandu mori chi mi dassi?”  A loro dire i maialetti mangiavano con più  appetito  e  quindi  favorivano la loro crescita.

“La lastratura del maialino maschio” veniva praticata dai  contadini  del  luogo,  mentre   quella delle femmine, più complicata, richiedeva l’intervento di un  esperto  “castraturi”   che  in  tempi remoti a Fossato passava nei primi tre mesi dell’anno e richiamava l’attenzione dei  possessori di suini,   suonando  con   una  trombetta  a  forma   di  mezzo  corno,  con   un  suono   particolare;  negli ultimi cinquantanni tali  operazioni  venivano eseguite  gratuitamente  dal  signor Carmelo Abate   dettu    u    “Bucceri”   che   per    tale   opera    meritoria,    quando    fu    candido   nelle Amministrazioni  Comunali,  fu  eletto  Assessore, nonostante  fosse  poco  “allittiratu”,  ( sapeva appena leggere e scrivere), altrimenti il popolo l’avrebbe eletto alla carica di Sindaco.

.....Continua a pagina 2.....

 

 

Il Rito dell'ucc. maiale
Pagina 2
Pagina 3
Pagina 4
Pagina 5
Archivio foto Uc. maiale
 
   
 

www.icalabrisellichorosjper.it   20/04/2006

Creato da:  Logarzo Michele  (Webmaster)    con la collaborazione di:    Giuseppe Risica (Grafico Designer)

 
 

Reggio Calabria       poco nuvoloso   12 °C    15 °C   
 
 30%  
NW 7 km/h

ALMANACCO di PaginaInizio.com