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Certamente quel che scrivo
non è un’opera organica e completa di tutta la saggezza dei paesi che
abbiamo visitato insieme a buona parte dei componenti il gruppo folklorico, nè pretendiamo di colmare lacune lessicali del nostro
dialetto. La nostra tradizione popolare è ricca di molte novità,
dall’astronomia alla legenda, dalla medicina alla morale, dai proverbi
agli indovinelli, dalle filastrocche agli aneddoti, dagli strumenti
musicali gli abiti usati, dalle virtù ai vizi ecc. ecc.. La donna nella
visione popolare ricopre, anzi fa la parte del leone, anche se il suo potere è arginato da analisi spietate, malignità, spesso vere
cattiverie. Se al termine donna si aggiunge quella di femmina, sposa,
vedova, madre, mamma, fanciulla, non può batterla nessun argomento e se
poi aggiungiamo quello dell’amore, famiglia cuore batte lungamente la
parola Dio che è seconda, ma a molta distanza. Il nostro interesse è sfociato nelle definizioni affascinanti del dialetto, linguaggio dei deboli e frutto di antiche difficoltà, difese
e lotte. In queste pagine
verranno raccontate le tradizioni popolari raccolte dalla viva voce di
anziani ultranovantenni ancora viventi, i quali oltre ad averli
sperimentati o patiti a proprie spese, alcune cose o fatti gli sono
stati tramandati dai propri nonni e dai genitori .

Mi ricordo di Donna Carmela
detta ”pitù” con un occhio solo e aveva la fama di essere una “magara”.
Molti fossatesi e non, ricorrevano alle sue cure, anche se nessuno lo
diceva o si faceva vedere. Nella mia prima fanciullezza, mi ricordo di
un uomo venuto di fuori che aveva la faccia piena di “putixini”. Col
metodo della ”sputazza” si dice che guarì quest’uomo. Ecco la cura: Prese
del sale, lo pestò nel “murtaru” (mortaio) e dopo aver pronunciato parole
incomprensibili recitò il Padre Nostro e sputò dentro il sale per tre
volte poi lo stesso sale lo strofinò sulle “putijne” e queste dopo un
po’ di tempo sparirono.

Donna Carmela aveva il potere di scacciare anche il malocchio. Prendeva un lavamani di terracotta, vi
metteva dentro dell’acqua e dell’olio, poi segnava sulla fronte per tre volte il presunto affascinato e infine stringeva le mani dell’ospite con
tutte le sue forze. Infine, cominciava a parlare con un essere che,
credo fosse invisibile ma presente e la magara lo invitava ad andarsene
e lo ripeteva parecchie volte, sghignazzando. Infine dopo aver sputato
dentro il lavamani per tre volte, osservava l’olio e in base al numero
dei cerchi che esso formava prediceva se l’affascino c’era o no. A secondo dei casi, diceva: Ti hanno “adducchiatu”(Affascianato)..in tre “I figghi di na’ mala fimmina”(I figli di una cattiva donna). L’affascino
non colpiva solo le persone, ma anche gli animali e le cose. Per le pratiche di come si toglieva il “Malocchiu “(l’Affascino)si rinvia il
visitatore alla pagina “Pratiche divinatorie”.

Rimanendo a parlare dello sputo, le donne del mio paese, salutavano con tre sputi la nascita di un
bambino quando entravano nella casa della partoriente e dicevano pure alcune frasi come “foramalocchiu”anche oggi dopo la pettinatura, le donne prima di gettare via i capelli, ci sputano sopra tre volte e
adoperano alcuni scongiuri per impedire che altri si servano per
affascinarle. Lo sputo viene usato anche da colui che guardandosi allo
specchio si vede, o una bella chioma, o una bella barba, o un bel paio
di baffi, un neo, o una bellezza fuori del comune. Si usa sputare tre
volte anche quando si nomina una brutta malattia o il diavolo: Brutta
bestia, accompagnando la frase i “fora di cca…centu mugghia arrassu!
(Fuori dalla mia persona e stai cento miglia lontano!).
Si usava
anticamente, prima di prendere il bambino dalla culla, spargere di saliva la fronte del neonato, la saliva veniva usata per guarire anche
alcune ferite prodotte dalle punture di insetti o dai rovi.
Infine, quando Donna Carmela doveva andare a qualche riunione di “magare” per “magarìe”adoperava degli attrezzi particolare che io ho
intravisto ma che alla sua morte sono, nonostante la mia ricerca
spariti, diciamo volatizzati. Consistevano in una canna con sette
anelli, il primo e l’ultimo chiudevano la canna, un lavabo su tre piedi
di venti centimetri circa, un lenzuolo bianco, un lavamani ripieno di
cenere e carbonella, una caldaia di rame di un metro circa di diametro
e una scopa si lise. La frase che pronunciava, prima di sparire era la
seguente (dicono): Supra acqua e sutta ventu, a nucara i Bonuventu ( Se
piove sopr’ acqua e se tira vento sotto vento sotto il noce di
Benevento). Si dice che là vi era un grandissimo albero di noce dove di riunivano periodicamente tutte le maghe d’Italia e dopo le riunioni
d’affari si banchettava. L’unica cosa che non si doveva nominare o usare
era il sale, pena la perdita dei poteri e la decadenza del titolo di “magara”.
Cu sputa ‘ncelu, si
sputa ‘nfacci.
Chi sputa verso l’alto, gli cade ( la
saliva ) sulla faccia.

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